Io mare, io onda, io schiuma. Io mare, io onda, io pezzo di legno. Io mare, io onda, io carcassa di carne. Sbattuto, ribattuto, e attutito da correnti di pessima quantità contro questa roccia, scoglio, punta di diamante e sonnifero dopo lo scontro. E non c’è binario che mi diriga, che parta o che torni da quest’indeterminata, apparente, disarmonica, attraente destrutturazione di me stesso. Sento solo di avere l’opportunità di imparare dal sangue, e dalla cronica ricostruzione che le mie amate piastrine attuano ad atti neuronali inconsulti. Sento solo di essere stato riempito da acqua piovana in un momento di scarso smaltimento d’idrogeno. Sento solo di dovermi adeguare al filo d’Arianna, giacché il pensiero vola, la parola sorvola, la felicità suppone, e lo stare rimane.
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All'orizzonte mi scoglio
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Epitafio di "diffelicità"
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Era differente da tutti gli altri da quando era bambino. Un’infanzia passata a sorridere nella speranza di veder sorridere gli occhi di chi lo guardava. Una patetica coerenza sociale, ché nutrire l’anima di speranza crepa il cuore. La carovana intanto procedeva, portandolo sotto cascate di coriandoli d’alloro; le giornate scorrevano come onde nel loro perpetuo moto da spiaggia. Ed il bambino cresceva; talvolta si nascondeva ai curiosi ad asciugare i suoi pensieri in condensa, provando la strana sensazione di non trovare la chiave per aprirli. Era come se fosse rinchiuso in un doppio vetro, tra se stesso ed il mondo; anello del niente. Nel frattempo arrivava il tempo del senso, del sesso e del non senso. Arrivava il tempo del poco, del troppo e del mai. E sottobraccio passeggiava con la virtualità di un’espressione. Si confidava con le piccole cose che lo rendevano felice, nel toccare l’ancora di una nave mai immaginata mentre l’Anoiana pila di dubbi era quasi risolta. Il gusto di vivere era sotto la sua lingua, sempre umida di idee. Ma forse non era abbastanza. Non era mai abbastanza. Era il 3.3.1924. Si tuffò in un buco nero ché tanto gli sembrava l’uscita del mondo.
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Definiscimi ::CRISI:: por favòr
aletd
Eccola. La senti arrivare quando ancora deve passare gli strati di peripersonalità. Si sguscia appena entrata dalle rughe d’abitudine per prepararsi ad arrampicare i tronchi d’ossa. Respira d’affanno sul tuo collo, lasciando fame alla cenere, lasciando pennellate di grigio su quadri in progressiva miopia. Lavora sullo sfondo, rubando sorrisi alla solidarietà degli amici e lavora senza sosta, cercando l’attimo per rubarti il battito. Era ora tu arrivassi facendo vedere il tuo volto scheletrico di morte e trasformazione; era ora tu arrivassi colando cera su pile di pensieri inutili. Penso di piacerti, sai?