Io mare, io onda, io schiuma. Io mare, io onda, io pezzo di legno. Io mare, io onda, io carcassa di carne. Sbattuto, ribattuto, e attutito da correnti di pessima quantità contro questa roccia, scoglio, punta di diamante e sonnifero dopo lo scontro. E non c’è binario che mi diriga, che parta o che torni da quest’indeterminata, apparente, disarmonica, attraente destrutturazione di me stesso. Sento solo di avere l’opportunità di imparare dal sangue, e dalla cronica ricostruzione che le mie amate piastrine attuano ad atti neuronali inconsulti. Sento solo di essere stato riempito da acqua piovana in un momento di scarso smaltimento d’idrogeno. Sento solo di dovermi adeguare al filo d’Arianna, giacché il pensiero vola, la parola sorvola, la felicità suppone, e lo stare rimane.